CRANS-MONTANA: UNA TRAGEDIA CHE INTERROGA UN INTERO SISTEMA.
La nostra riflessione professionale e culturale per interrogarci su come la sicurezza sul lavoro e l’intero sistema che la riguarda può e deve cambiare.
A cura di Massimo Maccarone
[HSE Leader – Area Sicurezza Occupazionale]

- UNA LEZIONE PER MOLTI: LA SICUREZZA COME RESPONSABILITÀ CONDIVISA.
- IL PUNTO DI VISTA DELLA CONSULENZA SULLA SICUREZZA.
- OLTRE LA CONFORMITÀ: QUANDO LA SICUREZZA PERDE CONTINUITÀ.
- RIPARTIRE DA DOMANI: UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA PROFESSIONALE.
- CINQUE DIRETTRICI DI CAMBIAMENTO PER LA CONSULENZA SULLA SICUREZZA.
- CONCLUSIONE.
La tragedia di Crans-Montana non è soltanto un dramma umano. È un evento che mette a nudo fragilità sistemiche, abitudini consolidate e sottovalutazioni diffuse. Non può essere archiviata come un fatto eccezionale né ricondotta a una singola negligenza. È il risultato di un sistema che, nel suo insieme, ha mostrato quanto sia sottile, e pericolosa, la distanza tra sicurezza formale e sicurezza reale.
Come ogni tragedia che scuote l’opinione pubblica, porta con sé una domanda inevitabile: che cosa dobbiamo imparare?
Questo articolo non intende individuare responsabilità giuridiche. Intende, invece, offrire una riflessione professionale e culturale su ciò che, il sistema e la comunità tecnica che coinvolge la consulenza dedicata alla sicurezza sul lavoro, può e deve cambiare.
UNA LEZIONE PER MOLTI: LA SICUREZZA COME RESPONSABILITÀ CONDIVISA.
La sicurezza non è un comparto tecnico isolato. È un sistema complesso, fatto di norme, controlli, scelte imprenditoriali, comportamenti sociali e cultura diffusa. Quando si verifica una tragedia, significa che più elementi di questo sistema hanno smesso di funzionare in modo coerente.
La lezione riguarda il legislatore, chiamato a interrogarsi sull’efficacia reale delle norme; la società civile, chiamata a rifiutare la normalizzazione del rischio come componente accettabile delle attività quotidiane e collettive; gli imprenditori e i gestori, per i quali la sicurezza non può essere un costo da comprimere ma un valore da proteggere; la scuola e il sistema educativo, chiamati a porre le basi della cultura della sicurezza e della consapevolezza del rischio, come parte del modo di pensare e agire delle persone; i soggetti preposti ai controlli, chiamati non solo a verificare la conformità, ma a presidiare nel tempo l’interesse collettivo alla sicurezza, esercitando una funzione di garanzia a tutela delle persone e della comunità; e il sistema degli appalti, che non può sacrificare la sicurezza alla logica del ribasso.
Tutto questo merita attenzione.
Ma non è il focus principale di questo contributo.
IL PUNTO DI VISTA DELLA CONSULENZA SULLA SICUREZZA.
Questo contributo nasce con uno scopo preciso: riflettere sul ruolo di chi fa consulenza in materia di sicurezza.
Il consulente occupa una posizione strategica: è il punto di contatto tra norma e realtà operativa, tra progetto e utilizzo, tra intenzioni e conseguenze. Non è più sufficiente essere tecnici competenti; occorre saper orientare le scelte, essere promotori della cultura della sicurezza e facilitatori di comportamenti sicuri.
Crans-Montana obbliga a porsi una domanda che non può più essere elusa: si esercita una consulenza orientata alla tutela delle persone o ci si limita a garantire conformità documentale?
OLTRE LA CONFORMITÀ: QUANDO LA SICUREZZA PERDE CONTINUITÀ.
Gli elementi emersi – ambienti chiusi o seminterrati, materiali combustibili, elevata densità di affollamento, dinamiche festive, rapidità di propagazione dell’incendio fino al flash over – sono ben noti alla comunità tecnica. Vengono analizzati, valutati, tradotti in regole operative o incorporati nelle scelte progettuali.
Il problema non è, quindi, l’assenza di analisi.
Il problema è la distanza che spesso si crea tra l’analisi di un contesto ipotetico, o poco indagato, e l’uso reale di uno spazio.
Le condizioni di sicurezza, a volte, vengono definite assumendo uno scenario di utilizzo che, nel tempo, cambia: aumentano gli affollamenti, si introducono allestimenti temporanei, si concedono deroghe operative, si organizzano eventi straordinari che diventano prassi. In questi casi, il rischio non nasce da ciò che è stato progettato, ma da come quello spazio viene effettivamente vissuto e gestito.
Qui emerge una fragilità strutturale: il consulente analizza, progetta, prescrive, ma raramente dispone di strumenti per incidere quando l’uso devia dalle condizioni considerate. La prevenzione si cristallizza nel documento, mentre la realtà evolve.
Crans-Montana ricorda che la sicurezza non fallisce nel momento dell’analisi, ma nel tempo che separa l’analisi dall’evento. Ed è proprio in questo intervallo (fatto di abitudini, adattamenti, compromessi quotidiani) che la sicurezza dovrebbe essere accompagnata, osservata, aggiornata. Una sicurezza che non segue l’evoluzione dell’uso e le modalità di gestione è una sicurezza che, lentamente, perde efficacia.
RIPARTIRE DA DOMANI: UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA PROFESSIONALE.
Da questa consapevolezza discende una responsabilità nuova per chi si occupa di consulenza sulla sicurezza sul lavoro.
Non basta progettare bene o prescrivere correttamente: occorre capire su come quelle condizioni vengono mantenute nel tempo.
Innovare il modo di fare consulenza significa:
- Rimettere al centro lo scopo ultimo della prevenzione;
- Riconoscere che la sicurezza non è statica, ma vive e cambia con l’organizzazione;
- Accettare una funzione di accompagnamento critico, talvolta scomoda, ma necessaria;
- Costruire relazioni di fiducia che permettano di dire “no”.
Non basta più domandarsi “è conforme?”.
Occorre chiedersi se le misure adottate garantiscono una tutela reale ed efficace nel tempo e se esiste un presidio capace di accompagnare la sicurezza nella vita quotidiana del luogo, sostenendone l’evoluzione.
CINQUE DIRETTRICI DI CAMBIAMENTO PER LA CONSULENZA SULLA SICUREZZA.
Se questa riflessione vuole tradursi in pratica professionale, deve orientare il modo di operare. Non esistono soluzioni semplici o universali, ma esistono domande giuste, capaci di guidare scelte più consapevoli.
Le direttrici che seguono non sono prescrizioni, ma azioni concrete accompagnate da interrogativi, perché il cambiamento nasce dal modo in cui si osserva e si interroga la realtà.
1. Dalla conformità alla comprensione del rischio
Si supporta il cliente a rispettare una regola o a comprendere cosa accade quando quella regola non viene più rispettata?
2. Rendere la formazione un’esperienza trasformativa
Le persone stanno imparando qualcosa che cambierà il loro comportamento o stanno solo “frequentando un corso”?
3. Monitorare i cambiamenti operativi, non solo i documenti
Come intercettare le variazioni reali (allestimenti, eventi, modifiche) prima che diventino criticità? Come progettare prove di evacuazione, piani di emergenza e procedure di controllo in modo che rivelino le criticità dell’uso reale e non si limitino a soddisfare un obbligo formale?
4. Costruire relazioni di fiducia che permettano di dire “no”
Il cliente percepisce il consulente come un partner strategico o come un fornitore che deve “eliminare un problema”? Le relazioni aiutano a prendere decisioni migliori o servono solo a dimostrare che “qualcosa è stato fatto”?
5. Portare la cultura della sicurezza nella governance aziendale
Si spinge affinché la sicurezza sia un tema di direzione e non solo di adempimento?
CONCLUSIONE.
Ogni tragedia genera dolore, analisi, discussioni. È inevitabile. Ma il rischio più grande, dopo eventi come Crans-Montana, è che il dolore diventi motivo di divisione invece che occasione di crescita.
Come è stato scritto (Avvenire del 7 gennaio):
«Il dolore è un tormento. È vero, ma sarebbe ancor più intollerabile se avesse anche il potere di dividere.»
Questa riflessione riguarda l’intero sistema della sicurezza. Un sistema che non può permettersi frammentazioni o contrapposizioni difensive. La sicurezza esiste solo come costruzione collettiva: norme, controlli, impresa, cultura, formazione e consulenza sono parti di uno stesso organismo.
Per chi opera nella consulenza sulla sicurezza, questa non è una considerazione astratta. È un impegno concreto. Il compito di chi si occupa di sicurezza non è difendere perimetri, ma contribuire a tenere insieme il sistema, riportando la prevenzione al suo fine ultimo: la tutela della vita e il benessere della persona. La differenza non la farà una nuova regola, né l’individuazione di un singolo errore. La farà la capacità del sistema, e di ciascun consulente al suo interno, di trasformare il dolore in responsabilità condivisa.
Ed è in questa responsabilità condivisa (tecnica, culturale ed etica) che risiede il senso più profondo del lavoro.
Non si può cambiare ciò che è accaduto a Crans-Montana.
Ma si può essere incisivi in ciò che accadrà.